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Rino Zapparoli

FESTEGGIAMENTI > 100 ° anniversario

L’ARTE A FINALE EMILIA: RINO ZAPPAROLI

Quest’anno il pittore massese festeggia i 50 anni di attività. Un lungo percorso artistico che lo ha portato ad attraversare tutto il secondo ‘900, uno dei periodi più controversi ma anche fecondi dell’arte moderna. La sua opera di pittore ed incisore si contraddistingue per la serietà della ricerca e la coerenza dello stile.
Rino Zapparoli, nato a Sermide, è cresciuto nella zona di Bondeno; terra piatta, dai lontani orizzonti, terra di fiumi, canali, brume e nebbie. La vicenda delle stagioni alterna su queste distese colori, toni, atmosfere. In primavera la terra è gonfia di piogge, umori e linfa, l’erba, mossa dal vento, sembra un mare verde, dove corrono, nascoste, le lepri; in estate, sotto i solleoni, le spighe mature di grano si indorano ed aspettano i mietitori e tutt’intorno è un continuo frinire di cicale, la sera, lungo le rive dei fossati, il gracidare delle rane si unisce al verso degli uccelli notturni; l’autunno e l’inverno spogliano la campagna, sola, in cielo, vola la poiana con le sue larghe e lente ali; d’inverno la galaverna tesse nivei arabeschi sui rami spogli degli alberi, delle siepi e degli arbusti e l’aria acquista la purezza diafana del cristallo. Suoni e parole si dilatano in quegli spazi vuoti, immensi; l’occhio non incontra ostacoli e va veloce ad incontrare il lontano orizzonte, il respiro si dilata, quasi ad accogliere maggior vita.
E là, in lontananza, i possenti argini del Po e la bellezza del paesaggio fluviale: anfratti, anse, golene, giochi di acque, di luci, e colori, verdi, soprattutto: verde smeraldo dell’erba, verde cupo di siepi e cespugli, verde argenteo dei pioppi.
Anche il paese, Bondeno, ha una sua artistica bellezza. Se ne accorse Mario Soldati quando, durante un servizio televisivo, andò da quelle parti: ne fu incantato. Lasciò una pagina memorabile: ”I colori di Bondeno”.
“Lo spettacolo erano semplicemente i colori delle case che avevo di faccia, sulla piazza di Bondeno. Mi pareva che avrei potuto continuare a guardarli senza fine…Dove avevo già visto simili colori? Forse nei quadri di Morandi?
Anche il disegno, modesto, semplice, rozzo delle case; anche le simmetrie e i larghi spazi di nudo muro tra porte e finestre, ricordavano la nostra migliore pittura moderna, Rosai, Carrà, Semeghini.”
E’ in questo ambiente che il giovane Zapparoli si è formato; con cavalletto e pennelli esplora ogni angolo della campagna, ne scopre la serena e agreste bellezza, nei suoi percorsi segue il fiume Po sino alla foce, è attratto dai casolari che punteggiano la campagna, dai loro colori un po’ sfatti e calcinati, dai gruppi di case abbarbicate agli argini, l’una accosto all’altra, quasi a sostenersi a vicenda.
E’ in questo contatto diretto con la natura che la sua pittura “en plein air” nasce e prende forma, per poi evolversi verso elaborazioni ed esiti che rispecchiano una raggiunta maturità ed uno stile personale; alla base di tutto ciò vi è l’insostituibile capacità di saper vedere, quello che si potrebbe definire “l’occhio del pittore”.
E’ l’inizio di una lunga attività artistica che tocca ormai i 50 anni e durante la quale Zapparoli, pur restando fermamente ancorato ad una pittura realista e figurativa (anche se i due aggettivi meriterebbero accurate definizioni), ha avvicinato e sperimentato diverse forme espressive.
Nei primi anni fu l’espressionismo tedesco che destò il suo interesse con quei colori accesi, quel segno vigoroso, forte, di largo spessore materico ad esprimere indignazione, ribellione, romantici sdegni e sensibilità ferite.
In seguito la sua visione si schiarisce e rasserena, i colori perdono quegli accesi cromatismi a favore di tonalità più pacate, legate alla terra ed all’ambiente.
Sviluppa un suo percorso pittorico, personale ed autonomo, guardando ai vari movimenti e scuole ed alle esperienze di alcuni grandi artisti con interesse, ma sempre unito ad atteggiamento critico, accogliendo e facendo proprie solo quelle proposte che meglio potevano adattarsi al suo temperamento ed al suo linguaggio pittorico. Linguaggio la cui cifra stilistica si può riassumere in alcuni caratteri fondamentali: forte senso geometrico; razionalità architettonica che scandisce la composizione e determina la funzionalità delle parti (soprattutto nelle vedute di interni); ricchezza di materia, atta ad esprimere una visione plastica e volumetrica; attenta calibratura della composizione .
Dopo aver visitata una mostra di pittori romantici che lo avevano deluso, Baudelaire ebbe a scrivere ”Bisogna saper sentire”. ”No, prima bisogna saper vedere”, chiosò Courbet. “Saper vedere”, e non solo con occhio mimetico e fotografico, ecco il compito dell’artista, è da lì che bisogna partire.
Poche persone conoscono in modo così approfondito il nostro ambiente, le nostre campagne e valli come Zapparoli; ogni anfratto, ogni angolo di verde, ogni casolare gli è noto e sa vederli con quella sensibilità pittorica che sola riesce a riscattarli da una grigia banalità di decadimento e degrado che sembra avvolgerli o incombere su di loro.
Anche se ama dipingere “en plein air”, egli non è impressionista, nei suoi quadri non è percepibile lo spirito dell’ora, quella visione cangiante e momentanea da afferrare all’istante tanto cara agli impressionisti, anzi, la rappresentazione è sottratta alle vicende del giorno, e, depurata d’ogni intrusione temporale, viene collocata in una atmosfera ideale, prettamente pittorica; la luce, uniformemente diffusa, avvolge ed unisce gli elementi del quadro, dona silenzio e quiete alle
immagini, sottratte al dominio trasformatore e corruttore del tempo e degli uomini.
Una particolare felicità d’esecuzione contraddistingue i paesaggi della nostra campagna, se ne ammira la calma fattura, l’ampio respiro compositivo, la sobrietà cromatica e tonale, gli spazi che si slargano, decisi, verso lontani orizzonti, ad incontrare il cielo; la pennellata è larga, ampia, generosa di materia e di colore , segue, sciolta, i ritmi della composizione , aderendo libera alle forme.
Vi si percepisce la grande lezione di Cézanne; con stile sobrio e misurato, le immagini, strutturate e compatte, aderiscono ad una visione fresca ed immediata della natura , il segno rimane vivo, fluido ed energico, delimita le forme senza imprigionarle, lasciando ad esse una fresca libertà.
L’artista, sempre più padrone della propria espressività, ha portato avanti negli anni un lavoro di grande semplificazione: pochi colori legati alla natura ed alla terra, uniti da rapporti prevalentemente tonali, negli ampi piani della composizione immagini essenziali, tutto viene giocato su accordi e simmetrie tra i vari elementi per uno sviluppo equilibrato della veduta.
Per molti anni la pittura di Zapparoli ha avuto come tema una realtà umile, minimalista, fatta di presenze mute: muri scrostati, porte e finestre screpolate, portoni segnati dal tempo, balconcini fioriti, davanzali e imposte corrosi dagli anni e dalla pioggia; forme sfatte ch’egli ha saputo trasformare in pittura e far rivivere come colori, toni e linee uniti in una sapiente e bilanciata stesura .
Al fondo vi è il concetto, che tutti i veri pittori conoscono o sentono, che non sono necessari grandi soggetti per fare pittura; lo dice bene Marcel Proust nel famoso episodio della morte di Bergotte :
“…un critique ayant écrit que dans la «Vue de Delft» de Vermeer (…), tableau qu’il adorait et croyait connaître très bien, un petit pan de mur jaune (..) était si bien peint, qu’il était, si on le regardait seul, comme une précieuse oeuvre d’art chinoise, d’une beauté qui se suffirait à elle-même.. »
Nelle vedute di facciate, la visione è frontale, ogni pezzo di muro è una stesura di colore, linee trasversali costituite dai balconi, dai davanzali o dagli spazi divisori dettano il ritmo della composizione, rivelando una sottesa trama astratta di geometriche articolazioni. L’uso dei colori viene sapientemente bilanciato ed il bianco gioca una funzione essenziale in questo tipo di tavolozza: esso dà luce e luminosità alla composizione e nel contempo separa i colori, evitando incontri cromatici troppo forti: come ammonisce il principio ”troppo colore, niente colore”.
Accanto alla attività di pittore, da anni Zapparoli conduce quella di incisore, usando una tecnica fra le più ardue: l’acquaforte (e l’acquatinta). La storia dell’arte è ricca di grandi, grandissimi artisti che l’hanno praticata, a cominciare dal Parmigianino, alla cui scuola sembra si sia perfezionata ed affermata.
Visto l’amore che Zapparoli nutre per la sua arte, questa è una scelta che vuol essere prova e affinamento delle proprie capacità, dove le difficoltà ideative ed esecutive sono molteplici ma altrettanto le gioie per il loro superamento.
Tuttavia mi sembra vi sia ancora un’altra ragione in questa scelta, essa è da ricercarsi nella grande sensibilità tattile e plastica che lo porta ad apprezzare in modo particolare la scultura ed i suoi valori estetici, poiché, in fondo, l’incisione non è forse vicina alla scultura, con l’uso di strumenti che sono più propri dello scultore che del pittore?
Le prime acqueforti risalgono al lontano 1965 e sono i primi frutti di un’attività intensa e continua, mai interrotta e che ha raggiunto, nelle centinaia di lastre realizzate, esiti di rilevante valore estetico.
I soggetti sono gli stessi della pittura: nature morte, paesaggi, facciate, scorci di paese, interni, resi da un sapiente gioco di chiari e scuri, luci-ombre, pieni e vuoti, che un calibrato uso del segno, nitido, sobrio e sciolto contribuisce a creare, senza mai divagare dal suo ritmo compositivo che alterna aree di luminosa levità sullo sfondo di chiaroscuri modulati nella gamma dei grigi e dei neri; gli esiti più felici di queste composizioni evidenziano il raggiungimento di un difficile connubio
estetico: purezza grafica unita ad espressività pittorica.
Nei 50 anni della sua attività Zapparoli ha portato avanti la sua ricerca artistica con grande coerenza, senza mai concedere nulla alle mode del momento, ma seguendo una sua poetica; l’amore per la sua arte è stata la sua ragion d’essere artista che lo ha portato a misurarsi, con impegno e generosità, con tutte le possibilità espressive che essa offriva. Artista riservato, ha sempre lasciato che parlasse, al posto suo, la sua opera, recuperando quell’atteggiamento proprio dei grandi artigiani ed esecutori del passato.
In un suo bel quadro, egli ritrae se stesso all’opera nel suo studio: la valigetta dei colori, aperta, è lì, nella parte bassa, tutt’intorno tubetti di colore, pennelli, spatole, piccoli stracci, poi il cavalletto, visto da dietro, su cui è posto un quadro; nascosto dalla tela si intravede la presenza del pittore, al
lavoro; è una dichiarazione d’amore per la sua arte e per la centralità dell’opera; all’artista, sembra volerci dire, rispettosamente in disparte, resti la gioia della creazione

Intervista all'artista


D. - Come e quando iniziasti a fare il pittore? Che cosa ti spinse verso questa strada?

R. - Potrei dire da sempre, fin da bambino palesai interesse per il disegno e la pittura; cavalletto e pennelli, però, cominciai ad usarli da ragazzo, andavo per la campagna o lungo gli argini del Po, ciò accadeva circa 50 anni fa. Come vedi era una passione innata, te la trovi dentro e la segui.
D. - Hai un lungo percorso, e quindi una lunga esperienza alle spalle. Come furono i primi tempi? Frequentasti istituti o scuole d’arte?

R. - Nei miei primi anni di attività, come ho detto, andavo con pennello e colori lungo il Po e le campagne circostanti e mi mettevo a dipingere “en plein air” come un pittore impressionista; è stata una grande scuola, impari a vedere e ad osservare, scopri angoli di grande bellezza e suggestione, ignoti ai più. Non ho frequentato scuole d’arte, sono un autodidatta, ma cominciai da subito a leggere molto sui grandi artisti, a documentarmi sulle tecniche pittoriche e sui materiali
usati e come crearli. Molto importante fu, poi, per la mia formazione, la frequentazione di pittori: Cattabriga, Cavallari, Borgonzoni, Fioravanti, Contini, Nalin, dello scultore Bellini e del critico Sitti. Visitavo, pure, con assiduità le mostre d’arte. Tra i nomi che ho citato, tutti a me ugualmente cari, vorrei ricordare con particolare affetto e simpatia, Galileo Cattabriga ed Alberto Cavallari, tutti e due bondenesi. Cattabriga aveva avuto la fortuna di vivere nella Parigi delle avanguardie, dove conobbe alcuni dei principali artisti; ricordo che intratteneva una corrispondenza con Kokoschka, il grande pittore austriaco; nonostante questi suoi importanti trascorsi era rimasto una persona semplice, quasi umile e perciò piacevole da frequentare. Nei miei inizi mi fu di stimolo e di esempio, soprattutto a livello umano.
Cavallari, disegnatore straordinario, era ed è pittore di notevole livello, dotato di una forte personalità creativa; aderiva al movimento neorealista, scuola attenta ai problemi sociali, molto seguita e diffusa in quegli anni; i protagonisti delle sue opere erano operai, braccianti, pescatori, donne e bambini ritratti nel loro povero e misero ambiente. Ricordo ancora con piacere i viaggi che facevamo insieme nelle Valli di Comacchio, a prendere giù schizzi da utilizzare nella composizione
di dipinti.
D. - L’artista, prima che abbia raggiunta la notorietà, vive spesso in condizioni economiche precarie; tu come riuscisti a sopravvivere nei primi anni?
R. - La constatazione è giusta, essere artisti non porta immediatamente al benessere, a volte mai. Io me la cavai grazie al gran numero di mostre, concorsi ed estemporanee che a quel tempo venivano organizzate. So bene che molti storcono il naso pensando ai tanti pittori “della domenica” che vi partecipavano, alle aree espositive del tutto inadeguate ed all’approssimazione culturale di certi organizzatori. Però presentavano indubbi vantaggi: la partecipazione era aperta a tutti, i pittori professionisti o i giovani di talento venivano immancabilmente premiati, fornendo loro un aiuto economico. Anche per me fu così: partecipai a tanti concorsi e spesso ebbi la soddisfazione di
essere premiato e ciò, oltre a confermarmi nella mia scelta di fare il pittore, mi permetteva anche una parziale indipendenza economica. La formula attuale, con la partecipazione ad invito, assicura un livello artistico più elevato ed una presenza meno caotica, ma impedisce ai giovani di emergere togliendo loro spazi espositivi.
D. - Il ‘900 è stato il secolo delle avanguardie e dello sperimentalismo, dell’arte astratta ed informale, veri e propri terremoti nell’ambito delle arti figurative; tu come hai guardato a questi movimenti, qual è stato il tuo atteggiamento nei loro confronti?
R. - Naturalmente con curiosità e grande interesse. Nonostante le forti polemiche che hanno suscitato (ma era poi quello che volevano) ci si accorge che le avanguardie storiche del primo novecento hanno condotto una vera e propria rivoluzione che ha cambiato il nostro sentire artistico; certo erano state preparate da alcuni grandi solitari postimpressionisti, penso a Van Gogh ed a Cézanne. Io ho avuto una predilezione per l’espressionismo tedesco che si sviluppò attorno
ad alcuni gruppi ormai storici: “Die Brücke” (Il Ponte) e “Der Blaue Reiter” (Il Cavaliere Azzurro) ed ebbe come principali esponenti: Nolde, Kirchner, Kokoschka, Schiele, Kandinski ed Otto Dix.
Mi piaceva il loro segno deciso, certi cromatismi accesi e la ricchezza materica della loro pittura.
Debbo dire che la mia predilezione, per quanto riguarda le avanguardie, va a quelle del primo novecento dove è possibile notare un impegno ed un coinvolgimento sinceri e realmente motivati: l’artista si metteva veramente in gioco, con grande serietà; le avanguardie del secondo ‘900 mi sono invece sembrate più un fatto creato da critici e gallerie ed in certi casi gli artisti erano
veramente poco convincenti.
D. - In questi 50 anni , da quando cominciasti, come si è evoluta la situazione dell’arte? Trovi sia migliorata o peggiorata? I nostri politici e governanti guardano ad essa con maggiore o minore interesse di una volta?
R. - Penso che la situazione dell’arte sia andata peggiorando, la società civile guarda ad essa in modo distratto e privo di vero interesse, mentre da parte degli amministratori pubblici l’impegno è decisamente inferiore a quello profuso 50 anni fa. Quando io cominciai, la società considerava l’arte come uno dei fondamentali mezzi di progresso civile e sociale a disposizione dell’uomo,
iniziative ed eventi artistici e culturali fiorivano in ogni parte del paese, anche i politici erano decisamente più preparati e sapevano meglio apprezzare il linguaggio dell’arte. Poi si andò sempre più verso una logica di mercato, dove l’artista giocava un ruolo minore perché spesso creatura di critici e galleristi.
D. - Hai avuto una carriera ricca di soddisfazioni e riconoscimenti, quali ricordi con maggior piacere?
R. - E’ vero, i premi nella mia carriera non sono mancati e tutti, per me, a prescindere dal loro valore più o meno grande, sono stati ugualmente importanti, in quanto erano riconoscimenti al mio lavoro ed alle mie capacità, conferme di cui l’artista sente il bisogno; inoltre, le giurie contavano spesso al loro interno critici e personalità di notevole livello: Guttuso, De Grada, De Micheli, Solmi, il cui giudizio era, indubbiamente, molto importante e ben motivato; tra i premi ricevuti voglio solo citarne alcuni che mi sembrano particolarmente significativi:
- 1° premio alla IV Biennale di Cinisello Balsamo;-
- 1° classificato al “Premio Segantini”: in due edizioni, a Riva del Garda ed a Torbole
- 1° classificato al “Premio F. Usellini” di Arona;
- 3° premio al Concorso Nazionale di Suzzara “ Lavoro e lavoratori nell’arte;
- 1° classificato al “ Premio Trasforio” di Arco e successivo allestimento di una mostra personale alla galleria “Nuova Pesa” di Roma;
Le mostre, personali e collettive, ammontano a circa una quarantina, di esse mi piace ricordare:
- Personale alla Galleria “Le Muse” di Bologna ed alla Galleria “Segnapassi” di Pesaro;
- Mostre all’estero nelle città di: Saint-Etienne (Francia); Timisoara (Romania); Sarajevo (ex Jugoslavia);
- Mostra itinerante nella valle del Reno (Germania) organizzata dalla “Biennale degli artisti modenesi” di Sestola.
Per quanto riguarda invece l’attività presente, porto avanti una collaborazione, che dura ormai da alcuni anni, con la ”Galleria Del Borgo” di Vignola.
D. - Hai in cantiere qualche mostra per il prossimo futuro?

R. - Sì, nell’ambito delle manifestazioni legate ai festeggiamenti per i mille anni di Finale, ”Millennium Finalis”, sono stato invitato dall’Amministrazione Comunale ad esporre, unitamente all’amico Mario Cavani, presso la sala del “Teatro Verdi” di Massa nel mese di Agosto, in concomitanza con la Sagra. E’ un invito che ho accolto con piacere: posso così festeggiare i miei 50 anni di attività con una personale e proprio nel paese dove vivo.

20/09/2009 Roberto Busuoli







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